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            <title>Come acqua comanda - Cap. I</title>
            <author>Erica Donzella</author>
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            <p>Publication information</p>        
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            <p>Information about the source</p>
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            <seg type="Il torrente" ana="Questa sequenza descrive il torrente">Il torrente aspetta. Da qui a poco, 
            <distinct type="sentiment" n="inquietudine" ana="Percepisco un senso di inquietudine dalla descrizione delle condizioni atmosferiche e del paesaggio">  mentre dal cielo tuona il presagio di una tragedia, diventerà un borbottio di fango, pietra, acqua e carne.</distinct>
            Aspetta, il torrente, spianato sui due lunghi fianchi di pietra bianca, calcarea, fragile. È una lingua di paese sprofondato sotto il livello della strada, mostro dalle fauci sempre aperte.
            Giorno e notte, sempre lì, nell’attesa di risucchiare qualcosa di nostro. Una camicia stesa e volata via a causa di uno sbuffo di vento, un gatto che, calcolando male un salto, scivola lungo un suo costone, un Supersantos arancione calciato con troppa forza da un bambino del quartiere.
            Il torrente è qui, da sempre.
            Da quando sono nata. Da quando siamo nati tutti quanti.
            Questa ferita aperta dentro la strada, spinta dalla forza del progresso giù, nella terra, per permettere alle acque di scolo di non mischiarsi con noi, di non sporcarci, distante e docile nello scorrere in un letto bianco, scavato da mani antiche, solo per loro. Per questo scarto di liquido del mondo.
            Del nostro mondo. Chiafura, mille bocche spalancate di pietra ammuffita che racconteranno a lungo questo giorno.
            È qui, questo torrente, e sa cosa sta per accadere.
            Attende supino che nelle sue viscere si riversi la piena che cala da un altro paese e che trascina con sé ogni cosa viva e ogni cosa morta.</seg>

           <seg type = 'La frana' ana = "questa squenza descrive l'inzio del disastro"> 
           <distinct type = 'sentiment' n= 'paura' ana= "si percepisce la paura dovuta all'evento climatico estremo"> </distinct>
            Lo so anche io cosa sta per succedere, e non per una preveggenza ereditata, ma perché la cava mi dice sempre tutto. Le grotte che ospita lungo i suoi fianchi preistorici si riempiono di vento e l’eco della pietra dice di fare attenzione, di rientrare in casa, di lasciare sul bastione del terrazzo la macchinina trovata dentro un uovo di plastica.
            Me lo dice la cava, me lo dice il boato lontano e rabbioso della china che sta per vomitare dentro il mostro sempre pronto a mangiare tutto.
            Intanto, la pioggia mi ha preso i capelli castani e li ha anneriti di paura.
            E la cava rimbomba e trema di pietra che sta per staccarsi, e si lascia scappare un enorme masso che sbatte con forza sulla parete più a nord di casa mia, facendola vacillare come un castello di carte troppo alto.
            Insieme al botto di frana arriva il ruggito fangoso della piena, un’onda anomala schiumosa e assassina. Cosa può rimanere intatto nella vita di una bambina quando è già nel cielo la violenza e la terra non può sprofondare più di se stessa per accogliere il terrore di morire?
            «Liddu, che è successo?».
            «Una pietra è caduta…».
            «Bella grande era!».
            «Niente, niente è successo».
            «Maria Maria, che sta scendendo… il mare sta scendendo, Signoreddio!».
            «Imma, finiscila. Lascialo perdere il Signore, chissà dov’è nascosto in questo momento!». </seg>

           <seg type = 'La storia della casa' ana = 'controllo di eventuali danni e '> 
           <distinct type = 'sentiment' n= 'rabbia' ana= 'la famiglia esprime rabbia per i mancati interventi precauzionali'> </distinct> 
            Liddu e Immacolata tastano coi palmi la salute alla parete: non ci sono danni, le crepe che la casa si porta dentro sono parte della sua storia.
            Della nostra storia.
            E poi le mani si spostano su una prima forma di stempiatura di mio padre, sul grembiule fiorato di mia madre. Il nostro castello di tre piani arroccato sul costone occidentale della cava ha retto l’urto. La casa più alta, la più esposta al sole, la più esposta al pericolo di una frana improvvisa.
            «Anzi, buona ci è andata!»
            «Basta che paghiamo, basta che gli diamo soldi. Dobbiamo sperare niente mai, che non succede niente mai… Se si lasciano andare tutte cose, ci possono pagare per nuovi! È una vita che devono mettere una cazzo di rete in questa montagna!». 
            Niente era successo. Per un sortilegio o qualche dio lontano che non è solito essere pregato di intervenire, siamo stati risparmiati da un enorme pezzo di roccia che si è poggiato alla nostra casa.
            Nulla di più. Nulla che non sia già successo negli anni per i violenti acquazzoni che fanno sbriciolare la collina vecchia di millenni. La cava, come un corpo vivo e rotto, lascia cadere qualche masso verso valle. Si libera di qualche escrescenza cavernosa, e noi ci siamo abituati. Quando vivi nella normalità di una stranezza – vivere in una casa incastonata in una cava di pietra – niente è davvero strano e tutto diventa normale. </seg>
           
            <seg type = 'la catastrofe' ana = 'Descrizione di ciò che sta avvenendo fuori dalla casa'> 
            <distinct type = 'sentiment' n = 'apprensione' ana = "si percepisce un'agitazione ansiosa alla vista dei danni"> </distinct>
            E mentre le bestemmie di papà e i sospiri della mamma si alzano verso il tetto, le orecchie si drizzano in direzione del torrente.
            Le voci impaurite del quartiere si fanno grande eco amplificata dalle grotte aperte.
            «Correte! Correte! Matruzza ro Signuri… Correte!».
            Accorsa di nuovo sul balcone, non riesco a vedere bene lo spettacolo della catastrofe. Quel mare, quella piena annunciata, ha riempito il torrente e a dirmelo sono le voci acute dei miei vicini di casa a cui si aggiunge un primo, indimenticabile, grido.
            Alto, verticale, potente.
            Lacerato.
            Neanche stando sulle punte dei miei piedi fasciati da scarpe di tela bianca la mia altezza basta a sporgermi oltre e se anche bastasse ci pensa Liddu a prendermi per un lembo della camicia a fiori e a ricacciarmi in casa.
            «Vattene dentro! Non guardare!».
            «Vieni qua, a mamma, con questo tempo fuori non ci puoi giocare!».
            Nessuno sta giocando su questo balcone, nemmeno io, dal basso del mio metro e qualcosa.
            E come il torrente, so cosa stesse per accadere. L’ho visto.
            Pur accettando l’anormalità di massi che sbattono contro le mura di casa e di venti che con forza sradicano pini e agavi, questa pioggia non è normale.
            Questo tremore della terra non è normale ed è qualcosa che non conosco.  Nessuna pioggia primaverile è mai stata tanto minacciosa da che io ne abbia memoria. </seg> 

            <seg type = "l'urlo" ana = 'si sente un urlo di una persona che viene trascinata dall acqua'> 
            <distinct type= 'sentiment' n= 'incredulità' ana = 'la protagonista non crede possibile ciò che sta accandendo' > </distinct>
            Un altro urlo, ancora più potente, ancora più devastante. Uno squarcio in quel cielo nero tempesta più possente di qualsiasi tuono lo abbia preceduto.
            Mio padre corre.
            Da un lato all’altro del balcone.
            È un animale in gabbia impossibilitato alla libertà. E non solo adesso.
            Avanti e indietro con le gambe, avanti e indietro con gli occhi, tenta di seguire la furia che impera davanti alla sua immobilità.
            Acqua.
            Fiume.
            È arrivato da nord e sta sommergendo il nostro quartiere.
            Non è possibile nessuna azione.
            Non è possibile pensare di calarsi in queste viscere di acqua e fango che non hanno invaso solo il torrente: anche le bocche di pietra iniziano a vomitare sassi, pale di fico ed erbe scardinate dalla forza dell’acqua. Le grotte stanno rigettando a valle la storia del mondo e tutte le anime che le hanno abitate in epoche preistoriche, ricoprendo i gradoni bianchi di pietra porosa di tutto ciò che è possibile sbriciolare via dalla collina.
            Direzione: torrente.
            Il ritmo della piena diventa sottofondo.
            Un terzo grido.
            Riempito chiaramente da un nome: Santo.
            Questo animale in gabbia, prima impietrito e ora fradicio dalla testa ai piedi, schizza di corsa dentro casa, con due pupille dilatate dalla paura.
            «Imma, tuo fratello! Corri!».
            «Stai qua, a mamma? Va bene? Non ti muovere! Nasconditi sotto il tavolo e non ti muovere. Hai capito?».
            Un cenno poco convinto, il mio, ma li persuade, quel poco che serve per vederli riversarsi, furiosi come questa piena che sento tremare nelle ossa, lungo le scale per raggiungere il torrente.
            Giovani e già rotti. Già consumati dalla vita. Ingabbiati da sempre, nella sofferenza.
            Basta poco per correre di nuovo fuori, dove la macchinina è stata spazzata via da una folata tanto forte da aver ribaltato anche la culla dove fingo di far dormire la mia bambola gigante. </seg>

            <seg type = 'Abisso' ana = 'descrive la forza distruttrice del fiume di fango che si è creato e che trascina tutto'> 
            <distinct type = 'sentiment' n = 'curiosità' ana = 'la protagonista disubbidisce e va vedere comunque quello che sta succedendo'> </distinct>
            Tutto diventa niente.
            Tutti gli argini si sono rotti e ogni cosa sta scivolando verso un abisso sempre più profondo.
            Io lo so.
            Me lo ha detto il torrente. Me lo dice, sempre, la cava. 
            Le cose si rompono. È bene che tu lo possa imparare subito.
            Come l’anima di Pietra, oggi.
            Con uno scambio rapido tra paura e adrenalina, capovolgo la culla sul dorso e vi salgo sopra.
            Io non ubbidisco davvero.
            Io non ho paura.
            Io voglio vedere.
            Aggrappata alla ringhiera che perde ogni giorno un po’ di smalto dorato, vedo Liddu e Immacolata avvinghiati l’uno all’altra, un unico nodo di braccia che cerca di resistere alla forza di questo affluente fangoso che vuole trascinarli dentro il mostro, che sta mangiando tutto: tronchi, alberi, vacche e porci di campagne straniere, un triciclo, la ruota di una bicicletta. Una giacca.
            Di velluto.
            Color cammello. Con due iniziali ricamate a filo nella tasca interna. </seg>
            
            <seg type = 'La storia di tutti noi' ana = "La protagonista si rende conto che non si può che essere impotenti davanti an'avvenimento simile, che diventa la storia di una comunità">
            <distinct type = 'sentiment' n = 'rassegnazione' ana = 'questo senso di rassegnazione è dato dal fatto che la protagonista si rende conto del fatto che di fronte ad avvenimenti del genere non possiamo fare nulla per salvare chi amiamo'> </distinct> 
            Non ho mai avuto paura dell’acqua. Non ho mai avuto paura di niente.
            Io non ho paura.
            Ma di quel grido finale sì.
            Di quel nome ho iniziato ad avere paura oggi.
            E a nulla serve chiamare i miei genitori con la mia piccola voce dall’alto del mio castello.
            Non basta una voce per salvare chi amiamo. Siamo solo impotenti davanti a una tempesta.
            Ferocia di bestia sofferente e ingabbiata.
            Il torrente lo sa, me lo ha detto che oggi, 5 maggio 1999, la storia dell’acqua sarebbe diventata la storia di tutti noi.
            Quella di Pietra. E la mia. </seg> 
            
            <seg type = 'perdere' ana = "Pietra vorrebbe rischiare la morte pur di salvare il figlio">
            <distinct type = 'sentiment' n= 'disperazione' ana= "vediamo la disperazione di una madre che rischia la vita pure di salvare il figlio " > </distinct> 
            Liddu e Immacolata, in un’unica forma fradicia e tremante, raggiungono il costone del torrente nel suo punto più sicuro che coincide con l’arco, dove tutto si stringe e la strada tappa la bocca del mostro. Una linea di confine che marca il quartiere e lo separa dal paese, cioè dal mondo vero. E in cui tutto sparisce verso il mare.
            Risucchiato.
            Questo, una bambina non dovrebbe vederlo. Una bambina non dovrebbe rimanere da sola a fissare con il cuore fermo l’anticamera di un dolore annunciato.
            Ma è colpa mia, in fondo. Mi è stato ordinato di nascondermi. Non l’ho fatto ed eccomi qui.
            Eccoci insieme in questa piena di carne, memoria e maceria.
            Mentre provano a strapparla dall’argine del torrente nel punto più elevato, Pietra – che nessuno ha potuto trattenersi dallo scagliarsi dentro l’acqua, tranne la stretta salda di mio padre – insegna a tutti noi cosa significa perdere.
            Trascinata a forza dalle braccia di Liddu verso un vicolo libero dal fango, Pietra, la za’ Petra, come viene chiamata da tutti, dimostra a voce alta alle donne e agli uomini di questo paese come sia possibile voler morire per amore di un figlio.
            «Fatemelo prendere, fatemi buttare! Fatemi morire! Lasciatemi andare! Santo, gioia mio, gioia…».
            Tra le mani stringe il rosario bianco di plastica e la giacca di velluto con due iniziali ricamate. </seg>        
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</TEI>
